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Inferno: Thriller o barzelletta?

7 Gen

infernoIo e Dan Brown dobbiamo assolutamente raggiungere un accordo: o io la smetto di dargli nuove possibilità, oppure lui si decide a smetterla di scrivere barzellette!
Si perché, alzando le mani sul suo indiscutibile impegno nello studiare l’arte italiana e nel volerla divulgare inserendola in rocamboleschi romanzi, io non mi riuscirò mai a spiegare perché si impegni così tanto nel ridicolizzare storie, luoghi e personaggi.
Mi spiego meglio, anche a costo fare tanticchia di spoiler!
Protagonista del libro è ovviamente il solito, coltissimo, bellissimo e ricchissimo prof. Robert Langdon, esperto in simbologia che si sveglia nel letto di un ospedale italiano con alla nuca una ferita d’arma da fuoco e soprattutto, colto da una momentanea amnesia.
Langdon non sa perché si trovi a Firenze e non si ricorda come e quando ci sia arrivato.
Dal momento del suo risveglio e nelle 36 ore successive, al povero Langdon accadrà di tutto. Sarà inseguito da strani uomini in uniformi nere paramilitari, braccato da polizia e CC, dovrà fuggire da killer sconosciuti e scoprirà che persino il suo Governo lo ha tradito. Affiancato da una misteriosa dottoressa, si sposterà per mezza Firenze seguendo le indicazioni di un folle che vuole sterminare il mondo… ma in tutto ciò non si ferma mai per chiedere “Perché?”.
Credo che senza voler disturbare ben diverse produzioni letterarie, nemmeno Kafka avesse ipotizzato mai assurdità del genere.
Per quanto io non voglia demonizzare i thriller (non sono il mio genere ma de gustibus!!) credo che un romanzo, oltre ad essere scritto bene, a raccontare una storia avvincente ed interessante, ad arricchire di nuove conoscenze chi lo legge, debba avere una elemento imprescindibile: la credibilità.
Non è possibile che un essere umano si svegli dopo essere stato colpito da un proiettile e se ne vada correndo per la città come nulla fosse; che si fidi ciecamente di una che manco conosce pur sapendo che è accerchiato da gente che lo vuole morto, che giri correndo in musei e monumenti affollati senza che nessuno lo noti; che abbia pensate geniali sempre al momento opportuno; che si sposti (sempre nelle citate 36 ore), tra Firenze, Venezia e San Pietroburgo e che ovunque vada, guarda un po’,trova sempre chi lo riconosce e gli apre le porte. Il mondo non dorme, non lavora, non ha guai. Il mondo aspetta Robert Langdon!
Detto ciò, riconosco a Brown la capacità descrittiva, la capacità di creare intrecci ed anche quella di incuriosire, tutte cose che in un lettore di medio livello possono fare colpo e nonostante le assurdità che si sono susseguite durante tutto il libro, non ne sconsiglio la lettura. Leggetelo pure amici, ma per carità, solo se a gratis!

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Baciata da Dio, stuprata dall’uomo

28 Ago

made-in-naples
“Napoli è femmina, mediterranea, seducente, sinuosa, formosa. Per capirla bisogna spogliarla della sciatta veste moderna e intuirne le curve mozzafiato, il corpo datole dal Creatore che doveva evidentemente volerle molto bene… ”
Angelo Forgione è giovane, napoletano e la sua città la ama davvero. Lo si capisce dalle righe qui sopra riportate, ma non solo. Si intuisce da ogni singolo paragrafo di questo straordinario libro. Sull’onda revisionista scoppiata in Italia, al Sud in moto particolare, negli ultimi anni (il revisionismo storico esiste in realtà da oltre un secolo per quanto riguarda la cd. “Questione Meridionale, ma negli ultimi anni pare sia nettamente in aumento il numero degli appassionati di storia post unitaria N.d.r.), decine, se non centinaia, sono stati i libri pubblicati e letti, che si sono proposti di fare meglio conoscere il Sud, Napoli in particolare, e il danno immane che la stessa ha subito e continua a subire a seguito dei fatti del 1861. Lo scopo del revisionismo storico è proprio questo. Made in Naples però ha fatto molto di più. Non c’è pagina di questo libro che non trasudi amore; anche quelle in cui si parla delle ingiustizie che la città ha subito e continua a subire, mai traspare odio, avversione, astio. Lo scopo del libro non è sparare a zero sulla storia; lo scopo è di dire “Ecco, è questa la vera Napoli”. Angelo Forgione ci accompagna, pagina dopo pagina, alla scoperta dei mille volti di una città la cui storia credevamo di conoscere ma delle cui virtù, forse, sappiamo ben poco. Una città dipinta come patria dell’ozio e dell’indolenza ma che da secoli segna al mondo la strada verso progresso, cultura e civiltà. Una città che è stata sbattuta su tutte le prime pagine per la vergognosa “Emergenza rifiuti” ma che nel 1787 colpì Goethe proprio per il meticoloso servizio di smaltimento rifiuti, tanto da indicarla come esempio alle ben più sporche Roma e Venezia. Ma della storia napoletana Forgione ci fa fare una vera indigestione, raccontandoci fatti (tutti meticolosamente documentati con riferimenti bibliografici) ed aneddoti che non possono non colpire la curiosità del lettore. E i “settori” in cui Napoli ha dettato e detta legge nel mondo sono davvero innumerevoli: dalla musica, alla scienza, all’economia, passando per urbanistica e previdenza sociale, fino ad arrivare alla medicina. Non esiste branca dello scibile umano in cui Napoli non abbia eccelso. Man mano che ci si addentra tra le pagine, sembra davvero che davanti a noi ci sia una donna nell’atto di spogliarsi; man mano che va avanti la scopriamo sempre più bella, fino a renderci conto che è nella semplicità del nudo che è al massimo del suo splendore. Ma Forgione non chiude gli occhi sul momento difficile che la città sta vivendo e sui problemi che da tanto, troppo, tempo le hanno tarpato le ali: li analizza, li sviscera, azzarda qualche spiegazione, qualche soluzione.
Lo stile è scorrevole, qua là spunta qualche battuta, qualche aneddoto, ma è la precisione dei riferimenti storici, la meticolosità della ricerca a colpire chi legge. Meticolosità profusa in ogni singolo dettaglio; sia che si parli delle teorie economiche di Antonio Genovesi sia che invece si parli della “invenzione” della pizza Margherita (A tal proposito, Brandi a Via Chiaia dovrebbe modificare un po’ la sua insegna?). Meticolosità e descrizione dei dettagli che invitano il lettore, lo invogliano, lo spingono ad approfondire la conoscenza di questa meravigliosa città. A visitare posti dimenticati o a leggere di personaggi che hanno messo la loro arte, la loro scienza ed il loro talento al servizio di questa bellissima donna che, come lo stesso Forgione ci ricorda, è stata: “Baciata da Dio, stuprata dall’uomo”.

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Metti un giorno a pranzo… alla Caritas!

23 Lug

VIRGOCi vai per pura filantropia, perché magari ti fa sentire più buono sapere di aver fatto qualcosa per gli altri, ma quando vai via, già in auto, pensi a quando potrai tornare. Le persone che incontri là parlano a bassa voce, ma ogni tanto risuona nell’aria una risata cristallina e, come in tutti posti dove si lavora alacremente, ogni tanto la routine è spezzata da una battuta leggera. Questo posto così magico è la mensa fraterna della Caritas, sita nei locali della Curia vescovile di Nola, in Vico Duomo. Si comincia a lavorare di buon’ ora. Si prepara il pranzo per le decine di “ospiti” che saranno serviti in sala verso le ore 12.00 e per quelli che, con molta discrezione, portano via un piatto caldo per chi li aspetta a casa. Durante l’intera mattinata è tutto un vai e vieni di cassette di verdura, fagotti di carne, dolci, frutta e tutto quanto il cuore di Nola e dei paesi limitrofi può donare a chi è meno fortunato. Tutti, singoli cittadini e commercianti, mandano ciò che possono. Dal fruttivendolo che dona cassette di pomodori e melanzane al commerciante che regala 20 – 30 kg di patate dal proprio magazzino, al pasticcere che invia interi vassoi di dolci, alla mamma di famiglia che nel fare la spesa, aggiunge ai propri, 4-5 pacchi di pasta o farina per i figli di mamme meno fortunate. L’ambiente è da vero e proprio ristorante, con attrezzature adatte allo scopo e l’impegno concreto di almeno 5/6 persone attive in cucina, più 2/3 che arrivano sul tardi per curare la sala prima, durante e dopo il pasto, Quest’ultimo viene servito verso le ore 12. Quelli in sala sono circa 50 pasti e altrettanti vengono portati via e consumati, da chi ne ha una, presso la propria abitazione. Si tratta di famiglie disagiate, spesso con almeno uno dei genitori in carcere; extra comunitari senza lavoro o anziani lasciati soli dall’incuria dei parenti. Le signore impegnate in cucina li conoscono uno ad uno, e di ogni singola vita conoscono le piccole – grandi miserie. E’ per loro che lavorano così di buona lena. Per gli “ospiti” che vengono spesso anche da fuori, attirati dalla pulizia e (perché no?) dalla buona cucina della Caritas di Nola. I pasti vengono preparati da questo attivissimo staff e serviti in vassoi simili a quelli che vengono serviti sui voli internazionali. Un pasto completo, quindi, dal primo al secondo con contorno, fino alla frutta ed al dolce; tutto anticipato da una consolatoria preghiera, per nutrire lo spirito prima ancora del corpo. E durante il pranzo, non manca l’occasione per un momento di allegria, quando, tra gli ospiti della mensa, viene fuori un giovane suonatore di fisarmonica che prima di riprendere il suo giro, regala a tutti presenti un allegro motivetto. Finito il pasto, si passa alle pulizie. Nel giro di un’ora il campo da combattimento è lindo, lucido e disinfettato, anche per i volontari è ora di tornare, stanchi, alle proprie case e tra abbracci e baci, ci si da appuntamento alla prossima. In questa estate capricciosa, mentre ancora ci si chiede se il portafogli potrà reggere il colpo di una vacanza, consigliamo a tutti voi di fare un salto in questo luogo incantato; magari in occasione di “Agosto col grembiule”. Si passa una mattinata in serenità e si va via molto più ricchi. Ps mi raccomando però, scarpe comode.

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E pensato e o pensà stanca!”

24 Giu

tina spampanato
Dopo 40 anni di onorata carriera, Il Dialogo torna a casa. Scrosci di applausi, risate di cuore e tanta, tanta emozione. Quella che si è svolta venerdì sera nelle Basiliche paleocristiane di Cimitile, lasciatemelo dire, non è stata una serata come le altre. Sarà stata l’ansia dei preparativi, gli imprevisti che, come sempre, arrivano all’ultimo momento quando si organizza un evento; sarà stata la voglia di fare bene o la consapevolezza di aver ottenuto davvero un piccolo/ grande successo, ma anche io come Filumena ho pianto. E’ stato nell’attimo in cui Domenico Soriano (Salvatore Maccaro) ha cominciato col suo “Pazzo, pazzo, pazzo” ed io ho capito che tutto era davvero iniziato. In quel momento ho realizzato che ce l’avevo fatta e solo chi mi è stato vicino sa quanto quella serata io l’abbia voluta; e lì, seduta in prima fila: ho pianto. Fino ad allora avevo pensato e come Mimì avrebbe detto alla fine dell’ultimo atto: “O pensà stanca!”. Ma al di là delle stupide lacrime di una donnicciuola, l’intera platea, bimbi compresi, è rimasta per circa due ore affascinata dal pathos della commedia e dalla innegabile bravura degli artisti. La Filumena Marturano de Il Dialogo è diventata ormai una sinfonia; gli attori si muovono sul palco come le note su di un pentagramma, legati tra di loro da un afflato che anche il pubblico coglie.
La protagonista, Tina Spampanato, riesce a trasmettere tutto il dolore di una donna che ha lottato per l’intera vita avendo dinanzi agli occhi un unico obiettivo: A famiglia! Impossibile non commuoversi. A contribuire a tanta perfezione, ovviamente, la regia impeccabile di Ciro Ruoppo. La Filumena Marturano nota alle memorie di tutti, quella interpretata dall’indimenticata Regina Bianchi, recentemente scomparsa, è stata rispettata fin nei dettagli, salvo aggiungere a questi ultimi, piccoli accorgimenti o pennellate d’autore che hanno reso il tutto, forse ancora più emozionante. Di particolare rilievo la scena di Filumena giovane che giura alla Madonnina delle rose di vicolo San Liborio, di non uccidere il figlio che porta in grembo. L’interpretazione in contemporanea di madre e figlia (Tina Spampanato, Filumena adulta e Milly Maccaro, Filumena giovane) ha qualcosa di indescrivibile, che vi toglie il fiato. Ciliegina sulla torta della serata: una stella cadente; questa ha disegnato la sua virgola nel cielo in piena commedia. Tutti col naso in aria, con buona pace degli attori che, sotto le luci del palco, non capivano cosa stesse accadendo. A fine serata, saluti, auguri e ringraziamenti. Tutti via. Io no. Io sono rimasta ancora qualche minuto. Perché quando qualcosa l’abbiamo desiderato tanto, vorremmo non finisse mai. Agli attori de Il Dialogo, il mio personale augurio è quello di continuare su questa scia, perché hanno scritto una piccola pagina della storia della cultura nell’area nolana; peccato che forse non tutti lo sanno. Ad majora.

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