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E pensato e o pensà stanca!”

24 Giu

tina spampanato
Dopo 40 anni di onorata carriera, Il Dialogo torna a casa. Scrosci di applausi, risate di cuore e tanta, tanta emozione. Quella che si è svolta venerdì sera nelle Basiliche paleocristiane di Cimitile, lasciatemelo dire, non è stata una serata come le altre. Sarà stata l’ansia dei preparativi, gli imprevisti che, come sempre, arrivano all’ultimo momento quando si organizza un evento; sarà stata la voglia di fare bene o la consapevolezza di aver ottenuto davvero un piccolo/ grande successo, ma anche io come Filumena ho pianto. E’ stato nell’attimo in cui Domenico Soriano (Salvatore Maccaro) ha cominciato col suo “Pazzo, pazzo, pazzo” ed io ho capito che tutto era davvero iniziato. In quel momento ho realizzato che ce l’avevo fatta e solo chi mi è stato vicino sa quanto quella serata io l’abbia voluta; e lì, seduta in prima fila: ho pianto. Fino ad allora avevo pensato e come Mimì avrebbe detto alla fine dell’ultimo atto: “O pensà stanca!”. Ma al di là delle stupide lacrime di una donnicciuola, l’intera platea, bimbi compresi, è rimasta per circa due ore affascinata dal pathos della commedia e dalla innegabile bravura degli artisti. La Filumena Marturano de Il Dialogo è diventata ormai una sinfonia; gli attori si muovono sul palco come le note su di un pentagramma, legati tra di loro da un afflato che anche il pubblico coglie.
La protagonista, Tina Spampanato, riesce a trasmettere tutto il dolore di una donna che ha lottato per l’intera vita avendo dinanzi agli occhi un unico obiettivo: A famiglia! Impossibile non commuoversi. A contribuire a tanta perfezione, ovviamente, la regia impeccabile di Ciro Ruoppo. La Filumena Marturano nota alle memorie di tutti, quella interpretata dall’indimenticata Regina Bianchi, recentemente scomparsa, è stata rispettata fin nei dettagli, salvo aggiungere a questi ultimi, piccoli accorgimenti o pennellate d’autore che hanno reso il tutto, forse ancora più emozionante. Di particolare rilievo la scena di Filumena giovane che giura alla Madonnina delle rose di vicolo San Liborio, di non uccidere il figlio che porta in grembo. L’interpretazione in contemporanea di madre e figlia (Tina Spampanato, Filumena adulta e Milly Maccaro, Filumena giovane) ha qualcosa di indescrivibile, che vi toglie il fiato. Ciliegina sulla torta della serata: una stella cadente; questa ha disegnato la sua virgola nel cielo in piena commedia. Tutti col naso in aria, con buona pace degli attori che, sotto le luci del palco, non capivano cosa stesse accadendo. A fine serata, saluti, auguri e ringraziamenti. Tutti via. Io no. Io sono rimasta ancora qualche minuto. Perché quando qualcosa l’abbiamo desiderato tanto, vorremmo non finisse mai. Agli attori de Il Dialogo, il mio personale augurio è quello di continuare su questa scia, perché hanno scritto una piccola pagina della storia della cultura nell’area nolana; peccato che forse non tutti lo sanno. Ad majora.

La grande bellezza

23 Mag

sorrentino
Ho aspettato il 21 maggio con devota pazienza, sin dal primo trailler; mi sono emozionata al pensiero di poter gustare di nuovo un prodotto di quella malefica coppia; perché Sorrentino/ Servillo è per me un binomio che non ha paragoni.
Mi sono accomodata in quella poltrona e non l’ho mollata per tutta la durata del film, tenendo l’attenzione talmente alta da non degnare quasi di una parola chi era con me. A questo punto, unirmi allo scroscio degli applausi di Cannes sarebbe facile e scontato, eppure non posso dire quale sia la reale sensazione provata all’uscita dalla sala. La grande bellezza è un’opera d’arte, su questo non ci sono dubbi, e come tutte le opere d’arte può, in qualcuno, generare perplessità. Ogni singola scena è a suo modo un rappresentazione pittorica della miseria umana; una miseria fatta di lustrini e paillette, una miseria che si inebria di champagne; una miseria che fagocita tutto ciò che le ruota intorno.
Una miseria rappresentata nella sua forma peggiore da Serena Grandi che in questo film interpreta una ex soubrette ormai allo sfascio, fisico e morale; da Carlo Verdone, nei panni di un attore/ scrittore che per 40 anni ha inseguito i sogni di successo ma che alla fine decide di tornare al “paese”, perché da Roma ormai non può avere più nulla; da Sabrina Ferilli, nei panni di una spogliarellista, bella e ricca, infelice e malata, che trova gli ultimi attimi di serenità in un rapporto senza sesso, dove però ci si può raccontare; dallo stesso Servillo, un giornalista/ scrittore che non è mai riuscito a spiccare davvero il volo, rimasto ancorato a quella pochezza che tira coca e organizza party.
Sullo sfondo, qua e là, si muovono realtà diverse, fatte di semplicità, realtà meno luminose ma più sentite.
Uomini e donne che si accontentano di “un bicchiere di vino prima di andare a letto”, una piccola suora centenaria che mangia solo radici, “perché le radici sono importanti!”.
I giudizi non sono mai semplici da dare, ma darlo su questo film lo è quanto mai. Una cosa è certa: non è per tutti. Vederlo, però, è di sicuro necessario, fosse solo per la bravura indiscussa del protagonista. Tony Servillo si conferma indiscusso Re leone del cinema italiano. Un attore che sa disegnare i tratti di un personaggio con una sola espressione del viso merita da solo non una ma mille palme d’oro; tutto il resto è solo un palcoscenico dove poter dare spazio al suo estro.

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