Terracarne

5 Giu

terracarne“Il Sud che cerco ogni giorno è annidato nei paesi più sperduti, il Sud che resiste dove c’è poca gente, dove ci sono alberi, erbacce, cardi, il Sud che vive ancora solo dove è più dimesso, il Sud che non crede alla pagliacciata del progresso, il Sud dei cani randagi, dei vecchi seduti sulle scale, delle case di pietra incollate in lunghe file che si attorcigliano”.
Prendete una qualunque, banale domenica di Primavera, metteteci un po’ di voglia di solitudine, aggiungete una panino al formaggio e un pieno di carburante all’auto; mescolate tutto aggiungendo a filo una bella dose di spirito di osservazione e una spruzzata di malinconia. Mescolate bene, senza dimenticare di irrorare il tutto con una manciata abbondante di amor patrio: ecco fatto!.
Cosa ne esce fuori? Un libro letto in un paio di giorni; un libro da tenere in auto quando si ha solo ed esclusiva voglia di fare una bella chiacchierata con se stessi. Ciò che Franco Arminio compie con questo libro, è un viaggio nel Sud Italia, un Sud che, come lui stesso dice: “E’ annidato nei paesi più sperduti”. Nei piccoli centri dell’Irpinia d’Oriente, della Basilicata, fino ad arrivare alla Puglia, alla Calabria. Un Sud che “Non crede alla pagliacciata del progresso”. Il Sud che ci descrive Arminio è fatto di dimenticanza, di staticità. Un Sud dove torni dopo 10 anni e trovi le stesse persone, allo stesso posto, con la stessa espressione della prima volta. Un Sud dove i ruoli sociali sono definiti ed immutabili e dove, quelle poche persone che si danno da fare, le riconosci dal fatto che nessuno le considera. Un Sud dove le classi politiche che si sono succedute nel tempo hanno saputo dare vita ad uno dei “migliori” esempi di sperpero del denaro pubblico, gettando ai cani la grande occasione della ricostruzione post terremoto; perché, come lo stesso Arminio ci dice “I politici hanno usato il terremoto per fare quello che avevano sempre fatto: distribuire denaro pubblico per costruire consenso elettorale”. Le ultime tappe del viaggio di Arminio, sono al Nord: il Trentino Alto Adige. Qui le cose sono diverse e il dolore che questa constatazione ci provoca non può essere nascosto: “Qui – ci dice Arminio – a trent’anni, se sei un agricoltore, possiedi già una casa e almeno una bella macchina, insomma quello che da noi si arriva a possedere in età pensionabile”. Chiudere questo libro lascia un po’ l’amaro in bocca e nel cuore una latente voglia di dire “No, non è così, non può essere così!”. Allo stesso tempo, però, ci lascia una certezza: chi è nato qui, chi ha davvero sotto le unghie la terra dei nostri campi, ha dentro un dolore che non muore e che lo accompagna anche quando ride. Un dolore che viene dalla consapevolezza di essere stato depredato di qualcosa, e di esserlo ancora, ogni giorno.

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