Archivio | giugno, 2013
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E pensato e o pensà stanca!”

24 Giu

tina spampanato
Dopo 40 anni di onorata carriera, Il Dialogo torna a casa. Scrosci di applausi, risate di cuore e tanta, tanta emozione. Quella che si è svolta venerdì sera nelle Basiliche paleocristiane di Cimitile, lasciatemelo dire, non è stata una serata come le altre. Sarà stata l’ansia dei preparativi, gli imprevisti che, come sempre, arrivano all’ultimo momento quando si organizza un evento; sarà stata la voglia di fare bene o la consapevolezza di aver ottenuto davvero un piccolo/ grande successo, ma anche io come Filumena ho pianto. E’ stato nell’attimo in cui Domenico Soriano (Salvatore Maccaro) ha cominciato col suo “Pazzo, pazzo, pazzo” ed io ho capito che tutto era davvero iniziato. In quel momento ho realizzato che ce l’avevo fatta e solo chi mi è stato vicino sa quanto quella serata io l’abbia voluta; e lì, seduta in prima fila: ho pianto. Fino ad allora avevo pensato e come Mimì avrebbe detto alla fine dell’ultimo atto: “O pensà stanca!”. Ma al di là delle stupide lacrime di una donnicciuola, l’intera platea, bimbi compresi, è rimasta per circa due ore affascinata dal pathos della commedia e dalla innegabile bravura degli artisti. La Filumena Marturano de Il Dialogo è diventata ormai una sinfonia; gli attori si muovono sul palco come le note su di un pentagramma, legati tra di loro da un afflato che anche il pubblico coglie.
La protagonista, Tina Spampanato, riesce a trasmettere tutto il dolore di una donna che ha lottato per l’intera vita avendo dinanzi agli occhi un unico obiettivo: A famiglia! Impossibile non commuoversi. A contribuire a tanta perfezione, ovviamente, la regia impeccabile di Ciro Ruoppo. La Filumena Marturano nota alle memorie di tutti, quella interpretata dall’indimenticata Regina Bianchi, recentemente scomparsa, è stata rispettata fin nei dettagli, salvo aggiungere a questi ultimi, piccoli accorgimenti o pennellate d’autore che hanno reso il tutto, forse ancora più emozionante. Di particolare rilievo la scena di Filumena giovane che giura alla Madonnina delle rose di vicolo San Liborio, di non uccidere il figlio che porta in grembo. L’interpretazione in contemporanea di madre e figlia (Tina Spampanato, Filumena adulta e Milly Maccaro, Filumena giovane) ha qualcosa di indescrivibile, che vi toglie il fiato. Ciliegina sulla torta della serata: una stella cadente; questa ha disegnato la sua virgola nel cielo in piena commedia. Tutti col naso in aria, con buona pace degli attori che, sotto le luci del palco, non capivano cosa stesse accadendo. A fine serata, saluti, auguri e ringraziamenti. Tutti via. Io no. Io sono rimasta ancora qualche minuto. Perché quando qualcosa l’abbiamo desiderato tanto, vorremmo non finisse mai. Agli attori de Il Dialogo, il mio personale augurio è quello di continuare su questa scia, perché hanno scritto una piccola pagina della storia della cultura nell’area nolana; peccato che forse non tutti lo sanno. Ad majora.

Ma che donne siamo noi?

7 Giu

sex-and-the-city-stills-photos-03122010-5Premessa 1: La sottoscritta sa lavare, stirare, cucinare, fare la spesa, rassettare casa, rifare i letti e tutto quanto fa di una donna una buona massaia;

Premessa 2: La sottoscritta, vivendo ancora con mammà, fa queste cose raramente ed è quindi armata di profonda inesperienza;

Premessa 3: La sottoscritta è la principessa delle permalose e ne è consapevole.

Tutto ciò premesso, mi chiedo: Ma le donne che non lavorano fuori casa, quelle che una volta si definivano “casalinghe”, cosa vogliono da noi? Avvicinandosi inesorabile la data del mio SI, mi trovo spesso a dover sentire battutine non troppo velate sulla mia (secondo i maligni) “scarsa attitudine” ai lavori domestici e a tutto ciò che concerne la cura della casa. Ciò perché nella vita ho avuto la fortuna di avere una madre che mi ha sempre trattato ( almeno da questo punto di vista) come una principessa. Ed ok, ammettiamolo! Della vita domestica io so tutto ma non faccio un piffero. Insomma so la teoria. Allo stesso modo sono, però, consapevole del fatto che a breve questa pacchia finirà: la smetterò di fare la principessa e dovrò tirar certamente fuori anche un po’ la Cenerentola che è in me; ovviamente chi si sarà preso la briga di leggermi fino a qui si starà chiedendo “Embhè? Dove sta il problema?”. 

Il problema sta nella saccenza! Perché, per chi non lo sapesse, una donna può diventare pure Presidente della Repubblica, ottenere la stima professionale da tutto il mondo, scrivere libri, trattati, scoprire vaccini e cure mediche, ma a quanto pare, non può assurgere all’Olimpo della femminilità se non ha attaccato al muro il diploma di “Maestra di Ragù”. Eh si. E non vi dico il vanto che se ne fanno le altre, quelle che questo diploma lo tengono. Saccenti!

E che importa se tuo marito ti considera un’idiota; che vuol dire che quando torna a casa il massimo che ti può chiedere è di fargli trovare il piatto in tavola; che cazzo vuol dire il fatto che tu abbia letto in un mese più libri di quanti loro possano leggere nell’arco dell’intera loro esistenza? Il bucato lo sai fare? No? E mettiti scorno!

Cosa? I viaggi? Hai visto i posti? Embhè? Loro hanno fatto quel bel viaggio di nozze! Gesù che vai a nominare…

Hai visitato i musei? Hai visitato le mostre? Niente di meno, loro hanno fatto quelle belle pasquette alla Reggia di Caserta!

Dentro? Le stanze? No quelle non le hanno viste ma si so mangiate il casatiello sul prato! Coi bimbi che giocavano a pallone…

Tu, piuttosto, ti dovresti dare una svegliata. Non puoi parlare con nessuno: non conosci l’ultima star del programma della De Filippi, non conosci l’ultimo sceneggiato di apologia della camorra, leggi i libri e che li leggi a fare se poi non sai nemmeno chi ha vinto Amici? (E tu solo così scopri che ancora lo fanno).

Insomma tu arrivi a 34 anni, credi avere fatto qualcosa nella vita: hai preso una laurea, hai studiato pure la notte per avere un titolo professionale, hai letto, scritto, frequentato convegni, bazzicato la politica, segui le ultime novità letterarie eppure ti perdi, ti perdi se ti vengono a chiedere “Ma con chi è fidanzata mò la Arcuri?” E allora vai nel panico; si  è vero la mattina vai in udienza, si è vero il pomeriggio scrivi, si è vero segui i dibattiti, i convegni, sei informata ma che donna sei se l’anno prossimo ti sposi e hai fatto la lavatrice meno di 4/5 volte in vita tua (e ogni volta devi andare a leggere le istruzioni)?

N.b.

La mia non vuole essere assolutamente un’invettiva contro quelle donne che scelgono nella vita di svolgere le nobili e complesse missioni di moglie e madre, bensì un invito a comprendere e a non mettere in cattiva luce chi nella vita, oltre a quello che avete fatto voi, ha fatto molto e molto altro ancora; no perché se poi vogliamo iniziare la conta di ciò che non sapete fare voi, rischiate grosso! 

La dura vita del collezionista di libri

5 Giu

Nelle prossime settimane dovrò decidermi a mettere un po’ d’ordine nei miei libri. Nel frattempo mi consolo dando un’occhiata a chi, come me, ha gli stessi problemi si spazio. A ciò si aggiunge un piccolo pensiero che già fin d’ora mi arrovella la mente. L’anno prossimo convolerò a giuste nozze. Cambiando casa, sarebbe mio desiderio portare con me i miei libri. Per fortuna anche lo sposo è un buon lettore e ciò inciderà sicuramente nella scelta dell’arredamento. Speriamo bene!!

Plutonia Experiment

tanti libri

Ogni anno, nella bella stagione, mi decido a ordinare un po’ la mia camera, che mi fa anche da studio. Nella mia casa (non vivo da solo) è l’unico spazio in cui ho reale e completo potere di stravolgere l’arredamento, la disposizione dei mobili etc etc.
Solo che gli anni passano e lo spazio a disposizione va sempre più saturandosi. Metteteci anche il fatto che io sono uno di quei tipi che si affezionano agli oggetti. Conservo ancora alcune miniature di dinosauri che avevo da ragazzino, così come tutti i miei librogame, buona parte dei fumetti adolescenziali (e delle riviste leggermente osé, come Skorpio e Lanciostory). Ma anche i biglietti dei mezzi pubblici delle città visitate d’estate, le penne a malapena funzionanti, le etichette di alcuni vestiti etc etc.
E i libri, ovviamente. Libri ovunque, nel mio studio. Disposti disordinatamente, in pile scomposte, mischiati a DVD, manuali di giochi di…

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Il Festival della Letteratura di Roma

5 Giu

ARTEVENTI

FESTIVAL INTERNAZIONALE DI ROMA
BASILICA DI MASSENZIO – FORO ROMANO

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11 giugno – 3 luglio 2013

XII edizione

I had a dream…
storie di sogni diventati realtà /dreames’ tales turning real

Nell’anno del cinquantesimo anniversario dell’indimenticabile discorso “I have a dream”  di Martin Luther King al Lincoln Memorial di Washington, il Festival di Massenzio ne raccoglie   l’ispirazione. La relazione tra letteratura e vita, da sempre il tema del nostro Festival, si propone in maniera differente, invitando il pubblico ad una riflessione che trarrà spunti da esempi di vita concreti oltre che dall’ascolto di storie letterarie. Abbiamo chiesto agli scrittori di raccontare un sogno di umanità e di civiltà e per questo la lettura dei testi inediti degli scrittori invitati nelle dieci serate sarà preceduta dal racconto di storie italiane, esperienze, consolidate o di startup, soprattutto di giovani  perché i giovani vivono un tempo in cui il sogno e la sua…

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Ipazia – aNobii

5 Giu

Ipazia – aNobii.

Follia

5 Giu

folliaInghilterra, 1959.
Dall’interno di un tetro manicomio criminale vittoriano uno psichiatra comincia a esporre, con apparente distacco, il caso clinico più perturbante che abbia incontrato nella sua carriera – la passione letale fra Stella Raphael, moglie di un altro psichiatra dell’ospedale, e Edgar Stark, un artista detenuto per un uxoricidio particolarmente efferato. È una vicenda cupa e tormentosa, che fin dalle prime righe esercita su di noi una malìa talmente forte da risultare quasi incomprensibile – finché lentamente non ne affiorano le ragioni nascoste. Alla fine ci si chiede cosa sia realmente la Follia e dove sia quel fil rouge (se c’è) che la divide dalla sanità mentale. E’ l’amore, esso stesso follia? I personaggi si muovono in una continua osmosi tra il dentro e il fuori e anche chi di loro dovrebbe tenere le fila dell’equilibrio mentale, alla fine ci lascia quantomeno perplessi. Dove può arrivare l’ossessione d’amore? E’ ossessione solo quella di Stella per Edgar o anche quella di Max ( il marito) per Stella stessa. Un marito che arriva a tenersela in casa anche dopo che lei ha mandato in frantumi tutto il suo mondo: la famiglia, la casa, la carriera, fino a vedere morire una persona cara senza alzare un dito. La follia ci appare, alla fine di questo libro, come un sottile imene. Qualcosa di cui non si conosce realmente la sostanza; qualcosa che affascina e spaventa, ma che tutti, almeno una volta nella vita, ci siamo trovati di fronte. Ed è stato ( o sarà) in quel momento che, in pochi istanti, abbiamo deciso (o decideremo) se affondare anche noi nella follia. Ma se decideremo di non cedere al dolce canto di quella sirena, il dubbio che ci resterà sarà: è davvero lui il folle? Ho letto questo libro in poco più di 24 ore, ma anche quando non lo avevo tra le mani, sentivo verso le sue pagine un’attrazione quasi fisica. C’è qualcosa nella scrittura di McGrath che ammalia, affascina, attira. Non so se è legato alla storia o al suo modo di scrivere. Leggerò ancora di questo autore, fosse solo per capire di più sull’arte della sua penna.

Terracarne

5 Giu

terracarne“Il Sud che cerco ogni giorno è annidato nei paesi più sperduti, il Sud che resiste dove c’è poca gente, dove ci sono alberi, erbacce, cardi, il Sud che vive ancora solo dove è più dimesso, il Sud che non crede alla pagliacciata del progresso, il Sud dei cani randagi, dei vecchi seduti sulle scale, delle case di pietra incollate in lunghe file che si attorcigliano”.
Prendete una qualunque, banale domenica di Primavera, metteteci un po’ di voglia di solitudine, aggiungete una panino al formaggio e un pieno di carburante all’auto; mescolate tutto aggiungendo a filo una bella dose di spirito di osservazione e una spruzzata di malinconia. Mescolate bene, senza dimenticare di irrorare il tutto con una manciata abbondante di amor patrio: ecco fatto!.
Cosa ne esce fuori? Un libro letto in un paio di giorni; un libro da tenere in auto quando si ha solo ed esclusiva voglia di fare una bella chiacchierata con se stessi. Ciò che Franco Arminio compie con questo libro, è un viaggio nel Sud Italia, un Sud che, come lui stesso dice: “E’ annidato nei paesi più sperduti”. Nei piccoli centri dell’Irpinia d’Oriente, della Basilicata, fino ad arrivare alla Puglia, alla Calabria. Un Sud che “Non crede alla pagliacciata del progresso”. Il Sud che ci descrive Arminio è fatto di dimenticanza, di staticità. Un Sud dove torni dopo 10 anni e trovi le stesse persone, allo stesso posto, con la stessa espressione della prima volta. Un Sud dove i ruoli sociali sono definiti ed immutabili e dove, quelle poche persone che si danno da fare, le riconosci dal fatto che nessuno le considera. Un Sud dove le classi politiche che si sono succedute nel tempo hanno saputo dare vita ad uno dei “migliori” esempi di sperpero del denaro pubblico, gettando ai cani la grande occasione della ricostruzione post terremoto; perché, come lo stesso Arminio ci dice “I politici hanno usato il terremoto per fare quello che avevano sempre fatto: distribuire denaro pubblico per costruire consenso elettorale”. Le ultime tappe del viaggio di Arminio, sono al Nord: il Trentino Alto Adige. Qui le cose sono diverse e il dolore che questa constatazione ci provoca non può essere nascosto: “Qui – ci dice Arminio – a trent’anni, se sei un agricoltore, possiedi già una casa e almeno una bella macchina, insomma quello che da noi si arriva a possedere in età pensionabile”. Chiudere questo libro lascia un po’ l’amaro in bocca e nel cuore una latente voglia di dire “No, non è così, non può essere così!”. Allo stesso tempo, però, ci lascia una certezza: chi è nato qui, chi ha davvero sotto le unghie la terra dei nostri campi, ha dentro un dolore che non muore e che lo accompagna anche quando ride. Un dolore che viene dalla consapevolezza di essere stato depredato di qualcosa, e di esserlo ancora, ogni giorno.

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