La grande bellezza

23 Mag

sorrentino
Ho aspettato il 21 maggio con devota pazienza, sin dal primo trailler; mi sono emozionata al pensiero di poter gustare di nuovo un prodotto di quella malefica coppia; perché Sorrentino/ Servillo è per me un binomio che non ha paragoni.
Mi sono accomodata in quella poltrona e non l’ho mollata per tutta la durata del film, tenendo l’attenzione talmente alta da non degnare quasi di una parola chi era con me. A questo punto, unirmi allo scroscio degli applausi di Cannes sarebbe facile e scontato, eppure non posso dire quale sia la reale sensazione provata all’uscita dalla sala. La grande bellezza è un’opera d’arte, su questo non ci sono dubbi, e come tutte le opere d’arte può, in qualcuno, generare perplessità. Ogni singola scena è a suo modo un rappresentazione pittorica della miseria umana; una miseria fatta di lustrini e paillette, una miseria che si inebria di champagne; una miseria che fagocita tutto ciò che le ruota intorno.
Una miseria rappresentata nella sua forma peggiore da Serena Grandi che in questo film interpreta una ex soubrette ormai allo sfascio, fisico e morale; da Carlo Verdone, nei panni di un attore/ scrittore che per 40 anni ha inseguito i sogni di successo ma che alla fine decide di tornare al “paese”, perché da Roma ormai non può avere più nulla; da Sabrina Ferilli, nei panni di una spogliarellista, bella e ricca, infelice e malata, che trova gli ultimi attimi di serenità in un rapporto senza sesso, dove però ci si può raccontare; dallo stesso Servillo, un giornalista/ scrittore che non è mai riuscito a spiccare davvero il volo, rimasto ancorato a quella pochezza che tira coca e organizza party.
Sullo sfondo, qua e là, si muovono realtà diverse, fatte di semplicità, realtà meno luminose ma più sentite.
Uomini e donne che si accontentano di “un bicchiere di vino prima di andare a letto”, una piccola suora centenaria che mangia solo radici, “perché le radici sono importanti!”.
I giudizi non sono mai semplici da dare, ma darlo su questo film lo è quanto mai. Una cosa è certa: non è per tutti. Vederlo, però, è di sicuro necessario, fosse solo per la bravura indiscussa del protagonista. Tony Servillo si conferma indiscusso Re leone del cinema italiano. Un attore che sa disegnare i tratti di un personaggio con una sola espressione del viso merita da solo non una ma mille palme d’oro; tutto il resto è solo un palcoscenico dove poter dare spazio al suo estro.

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