Archivio | maggio, 2013

La fattoria degli animali

28 Mag

Fattoria-degli-animali
Un capolavoro, c’è poco da dire. Un libro da fare leggere nelle scuole e perché no, anche ai più grandi.
Un libro che insegna a guardare, usando le chiavi dell’ironia e dell’allegoria, gli effetti del potere; un potere che corrompe, che amalgama rendendoci tutti “maiali”. Un vero classico, una semplice quanto ironica metafora che vale più di tutti i possibili saggi sul toralitarismo messi insieme. La storia è semplice e carina: un giorno gli animali di una fattoria decidono di ribellarsi al loro padrone e di metter su una sorta di “comune”; nasce “La fattoria degli animali”, che vive e lavora in completa autogestione, senza padroni e senza regole.
Pian piano, però, viene fuori che le regole servono, danno sprone e sicurezza e se manca un padrone, prima o poi ne arriva un altro. L’anarchia è sempre figlia della follia e foriera di ondate di disfattismo. I rapporti all’interno della fattoria si logorano, comincia a diffondersi il terrore e quelli (i maiali) che dovevano essere i salvatori finiscono per essere i tiranni.
Alla fine si scoprirà che l’uguaglianza esiste ma solo perché dinanzi a certe dinamiche, dinanzi al potere ci lecchiamo tutti i baffi, perché come tutti noi dovremmo imparare; “Gli animali sono tutti uguali, ma i maiali sono più uguali degli alltri”. Vivamente consigliato agli adolescenti che magari, ogni tanto, lo diano in prestito ai genitori.

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Persuasione

28 Mag

persuasione
“Non posso ascoltare più a lungo in silenzio. Devo parlarvi con i mezzi che sono a mia disposizione. Mi penetrate l’anima a fondo. Sono diviso tra l’angoscia più cupa e la speranza. Non ditemi che è troppo tardi, che quei preziosi sentimenti sono svaniti per sempre. Mi offro nuovamente a voi con un cuore che vi appartiene ancora più pienamente, di quando voi quasi lo spezzaste otto anni e mezzo addietro. Non osate dire che l’uomo dimentica prima della donna, che il suo amore muore prima. Non ho amato altri che voi. Posso essere stato ingiusto, sono stato debole e vendicativo, mai incostante. Soltanto a causa vostra sono venuto a Bath. Soltanto per voi penso e faccio progetti. – Non lo avete veduto? Davvero non avete compreso che cosa desideravo? – Non avrei atteso neppure questi dieci giorni, se avessi potuto leggere nei vostri sentimenti, come credo voi abbiate penetrato i miei. Quasi non riesco a scrivere. Ogni istante sento qualcosa che mi sopraffà. Voi abbassate la voce, ma io distinguo i toni di quella voce, anche quando altri non potrebbero udirli. – Creatura troppo buona, troppo eccellente! In verità ci rendete giustizia. Credete dunque che il vero affetto e la costanza esistano tra gli uomini. Sappiate che essi vivono con il maggior fervore, con la più grande costanza in F.W.
Devo andarmene incerto del mio destino: ma tornerò qui o mi unirò alla vostra compagnia, appena possibile. Una parola, uno sguardo basteranno per decidere se io debba entrare nella casa di vostro padre questa sera, o mai”.
E’ di certo questa una delle dichiarazioni d’amore più belle e sentite della storia della letteratura di tutti i tempi.
La struggente storia d’amore tra Anne Elliot ed il capitano Frederick Wentworth resta nel cuore di chiunque si avvicini a quello che è certamente uno dei capolavori di Jane Austen.
Anne ha 27 anni, è nubile, malinconica, mite e giudiziosa, non viene presa in considerazione dal padre e dalla sorella maggiore perché ritenuta inutile e insignificante, ma è l’unica ad essere dotata di grande sensibilità e intelligenza. Circa otto anni prima, all’età di diciannove anni, lasciandosi convincere dall’opposizione del padre e dalla “persuasione” di Lady Russel, Anne ha rinunciato a sposare l’uomo che amava, perché ritenuto socialmente inferiore, causando così la sua infelicità. Sir Walter, spendaccione e incapace di amministrare il suo patrimonio, si trova sul lastrico e per ridurre le spese, dietro consiglio del suo agente è costretto ad affittare la tenuta di Kellynch Hall. La casa viene affittata dall’ammiraglio Croft ed a sua moglie. Anne viene messa in agitazione dalla scoperta che Mrs.Croft è la sorella del capitano Frederick Wentworth, il suo grande e mai dimenticato amore. All’arrivo dei nuovi affittuari sir Elliot ed Elisabeth partono per Bath, mentre Anne si reca, per un certo periodo, a casa di Charles e Mary Musgrove (sempre in preda alle sue crisi di autocommiserazione) per aiutarla con i bambini, e qui conosce le sorelle del cognato, Louisa e Henrietta. Quando Frederick si reca in visita dalla sorella si unisce alla compagnia. Con il suo atteggiamento gentile e simpatico conquista subito le due sorelle Musgrove.
Il tempo sembra non aver cancellato in alcun modo i sentimenti di Anne ma solo il tempo potrà dire quali siano quelli del capitano Wentworth.
Lo stile della Austen è sempre impregnato del profumo dei sogni, eppure riesce a trasmetterci con estrema chiarezza e non rari sprazzi di ironia, i (tanti) vizi e le (poche virtù) di una classe sociale. Una borghesia senza scrupoli legata alla forma più che alla sostanza, che passa sui sentimenti e sulle vite pur di affermare l’esistenza di valori per fortuna inesistenti.
Leggere questo libro è abbandonarsi al sogno e, perché, anche all’ironia.

Fahreniet 451

24 Mag

451
E’ certamente questa una delle recensioni che scrivo con maggior piacere.
Fahrenjeit 451 è uno di quei libri la cui lettura andrebbe resa obbligatoria nelle scuole, al pari di Dante e Manzoni. La grandezza indiscutibile di Bradbury sta nell’avere capito, con 50 anni di anticipo, la via del declino intellettivo e spirituale sulla quale l’umanità si stava allegramente incamminando. La società che l’autore ci presenta è dominata dalle immagini stolte e vuote della Tv, dall’assenza di dialogo e dalla costante emarginazione di chiunque voglia distinguersi dalla massa. Una massa portata alla velocità più estrema per toglierle il tempo di pensare, perché pensare è troppo pericoloso. In un mondo dove i libri sono messi al bando, poche anime curiose ed isolate avranno la forza e il coraggio di chiedersi perché; cose c’è in un libro di tanto pericoloso da renderne necessario il rogo? Avvertimento per chi ama il libro e che lo considera un oggetto di culto: alcune scene descritte vi daranno un dolore fisico.

Ipazia – aNobii

23 Mag

Ipazia – aNobii.

La grande bellezza

23 Mag

sorrentino
Ho aspettato il 21 maggio con devota pazienza, sin dal primo trailler; mi sono emozionata al pensiero di poter gustare di nuovo un prodotto di quella malefica coppia; perché Sorrentino/ Servillo è per me un binomio che non ha paragoni.
Mi sono accomodata in quella poltrona e non l’ho mollata per tutta la durata del film, tenendo l’attenzione talmente alta da non degnare quasi di una parola chi era con me. A questo punto, unirmi allo scroscio degli applausi di Cannes sarebbe facile e scontato, eppure non posso dire quale sia la reale sensazione provata all’uscita dalla sala. La grande bellezza è un’opera d’arte, su questo non ci sono dubbi, e come tutte le opere d’arte può, in qualcuno, generare perplessità. Ogni singola scena è a suo modo un rappresentazione pittorica della miseria umana; una miseria fatta di lustrini e paillette, una miseria che si inebria di champagne; una miseria che fagocita tutto ciò che le ruota intorno.
Una miseria rappresentata nella sua forma peggiore da Serena Grandi che in questo film interpreta una ex soubrette ormai allo sfascio, fisico e morale; da Carlo Verdone, nei panni di un attore/ scrittore che per 40 anni ha inseguito i sogni di successo ma che alla fine decide di tornare al “paese”, perché da Roma ormai non può avere più nulla; da Sabrina Ferilli, nei panni di una spogliarellista, bella e ricca, infelice e malata, che trova gli ultimi attimi di serenità in un rapporto senza sesso, dove però ci si può raccontare; dallo stesso Servillo, un giornalista/ scrittore che non è mai riuscito a spiccare davvero il volo, rimasto ancorato a quella pochezza che tira coca e organizza party.
Sullo sfondo, qua e là, si muovono realtà diverse, fatte di semplicità, realtà meno luminose ma più sentite.
Uomini e donne che si accontentano di “un bicchiere di vino prima di andare a letto”, una piccola suora centenaria che mangia solo radici, “perché le radici sono importanti!”.
I giudizi non sono mai semplici da dare, ma darlo su questo film lo è quanto mai. Una cosa è certa: non è per tutti. Vederlo, però, è di sicuro necessario, fosse solo per la bravura indiscussa del protagonista. Tony Servillo si conferma indiscusso Re leone del cinema italiano. Un attore che sa disegnare i tratti di un personaggio con una sola espressione del viso merita da solo non una ma mille palme d’oro; tutto il resto è solo un palcoscenico dove poter dare spazio al suo estro.

Jezabel

22 Mag

jezabel
Ho letto un libro. “Sai che novità” mi risponderete. Effettivamente non è novità, se non fosse per il fatto che questo libro mi ha aperto una finestra; una finestra su di un’autrice il cui nome avevo solamente letto sulle copertine ma che, non so perché, quasi mi incuteva soggezione. Tutte queste sovrastrutture mentali che da sola mi ero create sono crollate nel momento in cui sono rimasta letteralmente incollata alle pagine di “Suite francese”. E’ facile a questo punto capire che il nome della tanto temuta autrice è Irène Nèmirovsky. La lettura di Suite francese mi ha preso al punto tale che, non solo l’ho divorato in nulla, ma mi sono riproposta di approfondire la conoscenza dell’autrice di Kiev. E’ così che sono approdata a “Jezabel”.

Su questo romanzo è stato scritto tanto, tutto forse, ma ciò che maggiormente ha colpito me è stata certamente l’estrema tensione psicologica che l’autrice ha saputo creare. Il file rouge che la lega al lettore rimane teso per tutta la durata della storia.

Ma torniamo a questa, la storia; questa ruota tutta intorno alla affascinante e crudele figura della protagonista: Gladys Eysenach, donna bella e dannata che consuma i suoi giorni nell’eterno tentativo di conservare la propria giovinezza; una sorta di Dorian Gray al femminile di cui Gladys ripropone la meschinità e il cinismo. Sull’altare della bellezza e dell’eterna giovinezza Gladys sacrifica tutto, finanche la sua unica figlia. La psicologia di questo romanzo è sottile, dolorosa; si dipana attraverso i singoli e insignificanti gesti, attraverso ogni singolo respiro della protagonista. La lettura è più consigliata, anche perché se ha tenuto incollata me che non sono un’appassionata del romanzo, deve essere per forza qualcosa di speciale.

Che tu sia per me il coltello

22 Mag

grossman
Ammettiamolo da subito: non mi è piaciuto.
So che ora mi scatenerò addosso gli innumerevoli, accaniti lettori di Grossman ma, credetemi, sono state le 300 (circa) pagine più penose della mia vita.Una storia fatta di frasi ad effetto, qualche colpo di scena, qualche tormento dell’anima… e basta! Dipenderà da me, sarò arida io, ma oltre a qualche bel quadro sdolcinato ( e senza senso), non ho visto altro.
I due protagonisti vivono in un mondo loro che non tocca assolutamente ciò che è esterno: un mondo dove, tutto ciò che ruota intorno, esiste solo in loro virtù. Non ho preconcetti verso il romanzo, non sono una cultrice della saggistica, anche io ogni tanto amo perdermi in una bella storia d’amore, ma Grossman per me esagera. Troppo languore, troppe cose scritte tra le righe, troppa lentezza… insomma troppo!
La mia indecisione sta solo sul fatto se sia il caso di dargli o no una seconda possibilità.
Vedrò. Per ora so solo che solo a vedere quella copertina mi cadono le braccia.

Il paradiso dei diavoli

22 Mag

diavoli
Il paradiso dei diavoli é un libro affascinante per quello che racconta e per il modo in cui è raccontato; é accattivante e si legge con piacere, complice la sua prosa viva e una scrittura chiara e diretta in cui emerge l’esperienza e l’abilità dell’autore nel saper parlare al pubblico ai livelli più disparati e nel saperne tenere alta l’attenzione.
Franco Di Mare porta il lettore per le vie di Napoli, mostrando la bellezza e la dannazione, facendo ascoltare l’inflessione della lingua e facendo annusare i profumi. Lo porta in mezzo alla gente che in quella città vive. Ci parla della vita, delle motivazioni, convinzioni e pregiudizi da cui la gente che la abita è mossa. Quella in cui ci conduce l’autore è una città alle prese con le sue dualità: colta e ignorante, imprevedibile e immutabile, bella e dannata, amata e temuta, solare come il Lungomare e buia come i suoi vicoli. Napoli é una città che si veste delle sue contraddizioni e che se le porta addosso con fierezza e nonchalance; in un certo qual senso – mutuando e parafrasando un titolo pirandelliano – Napoli é una, é nessuna, é centomila… Napoli è tutto quello che la anima e il suo esatto contrario. Su questo sfondo si muovono i protagonisti del libro, su questo sfondo si innestano le loro vicende, in apparenza, lontane e diverse eppure – in qualche modo – tutte riconducibili al fil rouge che é il personaggio Carmine Cacciapuoti. I protagonisti vivono come sospesi nell’eterna disputa fra Bene e Male, tra il fare la cosa giusta e quella sbagliata, e spesso la seconda è la scelta più appetibile.

Tre terroni a zonzo

22 Mag

treterroniTre giovani amici, una laurea, una città e tanti sogni. Un quadro perfetto; gli ingredienti per il successo ci sono tutti. Se non fosse per il piccolo particolare che la città è Napoli. Quella Napoli che si ama e si odia senza rimedio. Menna ce la descrive così, come una madre che sembra dare troppo; una madre che ti fa vivere in un eterno abbraccio ma che in realtà non da amore ma rifiuto, delusione. Le storie dei tre giovani protagonisti sono diverse tra di loro; un punto di partenza comune, traiettorie diametralmente opposte ma che, alla fine, convergono.
Si allontaneranno, cercheranno altrove il loro destino ma la voce delle radici si farà sentire; specie per uno dei giovani protagonisti: Diego Armando (già il nome la dice lunga).
A differenza dei due amici, Diego Armando non tappa le orecchie. E ce lo fa capire con una sua uscite ad effetto, una frase che fa vibrare i nostri cuori partenopei: “Gli affetti sono importanti. I legami, le radici. Ma secondo voi non di cosa viviamo? Ma davvero pensate di potervi muovere come oggetti da un luogo all’altro come foste soprammobili? Io non vi capisco, non vi capirò mai.” Menna ci porta su e giù, leggiamo il libro col mal di mare, in una eterna lotta tra ciò che si vuole e ciò che si deve, ma un merito glielo si deve riconoscere, mette in bocca ai suoi personaggi ciò che, almeno una volta nella vita ognuno di noi ha pensato: “Basta mollo tutto e me ne vado”, oppure “No, io resto, io non mollo”.
Resta l’eterno dubbio, ci vuole più coraggio a lasciare Napoli o a rimanere? La risposta spetta a noi.
Bravo Menna.

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